Ombrelli

Un blocco di legno, tale una montagna vulcanica a gironi danteschi, basso, duro, compatto e chiuso in se stesso. Sembrerebbe impossibile disegnarvi forme e tanto meno leggerezza eppure...
All’improvviso appare una sagoma ricurva, appena abbozzata. Ha punte ai lati e archi al centro.
Ma come si farà ad inserire questo disegno nella massa tozza?


Come si farà a convincere quest’ultima ad assottigliarsi per farsi curve e punte gentili?
Sembra impossibile, davvero. Non si può: cozza, sbatte, si spunta. Rischia di rompersi. Poi, come sempre la materia, lavorata da mani esperte e osservata da occhi attenti, finisce per lasciarsi plasmare, per prendere le forme a lungo sognate. Così la massa dantesca si divide e lascia intravvedere una similitudine.
E’ ancora lontana. Ma smussa, taglia, spezza, lima, gratta... Succede di nuovo.
Da una massa inconcepibile, inenarrabile esce a sorpresa una forma ben più fine, molto più leggera.
Che dire?
Un abbozzo di ombrello si fa luce fra la compattezza.
Prima grezzo, un po’ informe, ancora troppo legnoso, poi a mano a mano, dopo le piallate, le sgrossate e le limate ecco apparire una morbida, liscia, eppur sottile e leggera calotta di ombrello formata per ora da strisce di legno e triangoli con angoli informi e troppo sporgenti. Un ombrello emozionante nella sua apparenza ancora assai sgraziata.
E il manico?
Un lungo serpente di rettangolini incollati in processione.
E poi giù di pialla e di lima e finalmente l’ombrello abbandona la sua armatura e sembra lì, a portata di mano, pronto ad essere impugnato, aperto, usato.
Che emozione! Davvero sembrava impossibile.
Porta inoltre, con immenso orgoglio una linea legnosa leggera a forma di foulard, ad indicare come la sua essenza in realtà sia il volo.
Non solo un ombrello uscito dal legno grezzo e pesante, ma addirittura un ombrello con ambizioni di volo.
Uno spostamento spensierato e allegro.
Nel frattempo sotto vertigini e sogni ecco nascere una città.
Anche lei ha visto il giorno tra grossolani ciocchi e piatte assi.
E’ una città di altri tempi, composta da torri e torrioni. Ora si che si può davvero giocare. C’erano una volta degli ombrelli che si divertivano a rincorrersi e a creare scie nel cielo.
Erano molto felici.
Dalla città, con il naso all’insù, li osservavano, li seguivano. E loro eseguivano volteggi, planate, salite verticali e discese mozzafiato.
E così andò avanti per molto tempo. La città degli ombrelli la chiamavano, rimandando al carattere giocoso che richiamava migliaia di turisti.
E filavano giorni, mesi, anni... belli, tranquilli, felici.
E così sarebbe continuato fino alla fine dei giorni in un susseguirsi armonioso. Ma...
Ecco arrivare un piccolo ultimo ombrello, calmo, molto pacato.
E gli altri a farsi intorno curiosi, ingordi di nuove storie e di universi sconosciuti.
Era un ombrello nato in Giappone, ricordava ai suoi nuovi amici la loro storia regale... ”Eravamo gli oggetti sacri degli imperatori! Abbiamo unpassato regale!”

Gli altri erano ignari e si guardavano sorpresi!
Per loro era già un lusso seminare allegria e far rimanere con il naso all’insù tutta la città!
Pensarsi imperiali era davvero un imprevisto che scuoteva i quadri cognitivi fin dalla radice!
E poi seguirono altri racconti e altre immagini e altre epoche... Insomma, una rivoluzione!
Ora si muovevano nel cielo con un’andatura incerta... non più spensierati ed ingenui come prima... un dubbio, un disequilibrio nella certezza di un’identità... come potevano tradurre questa regalità di cui parlava il piccolino?
Le informazioni si susseguivano con il passare dei giorni.
Non erano semplici e banali oggetti, seppur fantasiosi, no!
Si narrava che proteggessero dalle forza oscure, che la loro ombra fosse oltreché regale anche magica...
E che fossero i simboli della serenità regale.
Serenità regaleee?
Non stavano più nella pelle.
La volevano distribuire, scialacquare, rovesciare sulla città oscura quella serenità regale!

CreazioniFabrizio Varisellaz

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